Verga, il Positivismo e la "questione meridionale"

Tra politica, inchiesta sociale e romanzo

 

La critica ha opportunamente messo in luce la relazione che intercorre, da un lato, tra la cosiddetta “conversione” di Giovanni Verga alla poetica del Verismo, e, dall’altro, l’affacciarsi della "questione meridionale" nel dibattito della neonata opinione pubblica nazionale. A fronte dei problemi (su tutti, le altissime percentuali di analfabetismo, il brigantaggio, la distanza percepita dai cittadini rispetto al Paese legale, le drammatiche condizioni di vita dei contadini) di integrazione del Mezzogiorno d’Italia con il resto del Regno, il futuro parlamentare Sidney Sonnino (1847-1922), con Leopoldo Franchetti (1847-1917), compie nel 1876 un viaggio nell'isola da cui deriva l’inchiesta La Sicilia nel 1876, pubblicata l’anno successivo sulla «Rassegna Settimanale». I due esponenti della Destra Storica consegnano insomma all’opinione pubblica nazionale e alla fantasia dello scrittore un fondamentale documento (e si ricordi l’importanza che al termine “documento” si dà nella Prefazione all’Amante di Gramigna) che indaga le ragoni e le cause del sottosviluppo del Meridione d’Italia. Il dito è puntato sia contro questioni economiche strutturali (come la mancata riforma agragria, fatto che tutela il potere feudale di nobili e gli interessi dei “baroni” del latifondo) e ferite aperte di natura sociale, come lo sfruttamento del lavoro minorile nelle zolfare 1. La prospettiva di Sonnino e Franchetti è insomma di due liberal-conservatori che, dalle basi epistemologiche del Positivismo, propongono un progetto di riformismo illuminato e filantropico, poi confluito nel “meridionalismo” di figure quali Stefano Jacini e Pasquale Villari, che sosterranno anch’essi la causa della riforma agraria come leva dello sviluppo del Sud e per una più equa redistribuzione del tenore di vita tra le due Italie di fine Ottocento. Si può ben capire allora come, a partire da queste premesse, il Verga trapiantato a Milano - proprio al tempo della propria adesione alla poetica da cui deriveranno Vita dei campi (1880), I Malavoglia (1881), e le altre opere maggiori - possa essere fortemente influenzato dall’Inchiesta e dall’insieme di idee e di prospettive politico-sociali che ne stanno alla base.

 

Verga e la Sicilia di fine Ottocento

 

È, in primo luogo, al livello contenutistico che, nelle opere verghiane, si riconoscono i riferimenti dello scrittore all’inchiesta di Franchetti e Sonnino 2; e una novella rappresentativa della raccolta Vita dei campi come Rosso Malpelo li rivela con particolare efficacia. Il protagonista Malpelo - lavorante presso la stessa cava dove è impiegato, e dove trova la morte, il padre - sembra modellato sul ritratto che i due studiosi fanno dei bambini impiegati in miniera:

Il lavoro di fanciulli consiste nel trasporto sulla schiena, del minerale in sacchi o ceste. [...] Essi percorrono coi carichi di minerale sulle spalle le strette gallerie scavate a scalini nel monte, con pendenze talora ripidissime [...]. I fanciulli lavorano sotto terra da 8 a 10 ore al giorno dovendo fare un determinato numero di viaggi. 3

Anche a proposito del romanzo I Malavoglia, sono molti i nuclei contenutistici che Verga, con ogni probabilità, deriva dalla lucida disamina di Franchetti e Sonnino. Gli elementi della prepotenza, dell’ingiustizia, della necessaria sopraffazione del più debole da parte del più forte, all’interno di un tessuto sociale invischiato di favori, personalismi, di stampo quasi feudale - come d’altro canto è ben rappresentato ancora nel più tardo Mastro don Gesualdo 4 - che muovono la vicenda romanzesca, fanno da sfondo costante alle pagine dell’inchiesta. Il povero è in balia di questo contesto sociale, per lui, insidioso e sfuggente: l’avvocato a cui, vanamente, si rivolgono i Malavoglia per salvare qualcosa della propria condizione 5, richiama significativamente da vicino quegli “avvocatucoli” 6 citati nell’inchiesta.

Sembra, però, soprattutto un altro elemento ad avvicinare I Malavoglia all’Inchiesta del 1876; in essa si legge: “il Governo e tutto ciò che lo rappresenta o che è da lui rappresentato, è in molti luoghi profondamente disprezzato” 7. È la già citata distanza tra il Paese reale, quello della complessa e immobile società siciliana, e il Paese legale: quello del nuovo Stato nazionale, e delle sue leggi; per i contadini e i pescatori siciliani - come per i personaggi del romanzo verghiano - quello del Regno che sottrae i figli per mandarli a morire come soldati in guerre lontane e ignote (contro “nemici che nessuno sapeva bene nemmeno chi fossero” 8), che mette in prigione, e soprattutto che impone le tasse:

lo zio Cola tornava a parlare del dazio del sale che volevano mettere, e allora le acciughe potevano starsene tranquille, senza spaventarsi più delle ruote dei vapori, che nessuno sarebbe più andato a pescarle.
- E ne hanno inventata un’altra! aggiunse mastro Turi il calafato, di mettere anche il dazio sulla pece. 9

Dunque, anche presso il letterario borgo di Aci Trezza, l’“autorità pubblica” è “simile a un esercito in mezzo a paese nemico” 10, come si legge ancora nel resoconto di Franchetti e Sonnino. Il tema non era inedito per l’opinione pubblica contemporanea, e risale almeno alla diffusione, nel 1863, della Relazione sulle cause del brigantaggio nel Mezzogiorno di Giuseppe Massari. Giovanni Verga coglie dunque lucidamente questo aspetto, della distanza tra il nuovo Stato e i suoi cittadini, i quali si percepiscono - nella migliore delle ipotesi - alla stregua sudditi di un regno straniero; l’autore dei Malavoglia potrebbe così essere posto all’inizio di una particolare linea della nostra narrativa, che insistendo sul tema della “questione meridionale” ne analizza le implicazioni e le molte sfaccettature: come fanno ad esempio Carlo Levi, in Cristo si è fermato ad Eboli, e più recentemente Roberto Saviano, indugiando sulle condizioni che permettono il proliferare della criminalità organizzata, in Gomorra.

 

Verga, la Destra storica e l’Unità d’Italia: un progetto incompiuto

 

La vicinanza che si è descritta, al livello contenutistico, tra le opere di Verga e i contributi fondativi della questione meridionale, dipende naturalmente anche da una sostanziale adesione dello scrittore verista siciliano all’atteggiamento di analisi positivista degli studiosi e uomini politici impegnati in questa impresa di messa a fuoco del fenomeno. Sonnino diventerà infatti, negli anni immediatamente successivi all’Inchiesta, figura di riferimento di quella Destra storica a cui pure è vicino lo scrittore, soprattutto negli anni della maturità. L’unità nazionale e il suo rafforzamento sono per questi intellettuali, e per gli esponenti di questa parte politica, gli obiettivi centrali del loro impegno 11. La modernizzazione del Paese e l’educazione degli strati popolari sono per essi da assumere come strumenti per la risoluzione dei problemi sociali, anche in chiave di prevenzione di rivolgimenti di matrice socialista (ricordiamo che il Partito Socialista italiano nasce di lì a poco, nel 1892).

Questa tendenza – di ricostruzione scientifica di un ambiente sociale, come presupposto funzionale per un’azione di risoluzione dei problemi individuati – è in effetti alla base dell’impianto stesso, di tipo sociologico e politico, del romanzo verghiano. Da tutto ciò, dipendono, dunque le note componenti documentarie, sociologiche, etnologiche del verismo di Verga. Il quale aveva in un primo tempo previsto di pubblicare I Malavoglia su «Rassegna Settimanale», la rivista degli stessi Franchetti e Sonnino; e che dichiara, con forte intento programmatico e spiccata consapevolezza delle difficoltà del suo compito:

Anche se poi vi rinunciò, non è certo casuale che proprio sulle colonne di questa rivista sia uscita una delle poche recensioni positive che abbia avuto il romanzo: in essa I Malavoglia vengono definiti uno “studio sociale” 12.

Anche il rifiuto - pur a fronte della presa d’atto delle disuguaglianze delle coeva società siciliana - di un’istanza effettivamente progressista 13 potrebbe spiegarsi con l’adesione alla Destra storica, a cui premeva soprattutto la stabilità del quadro sociale. Sembra però, in questo carattere della letteratura verghiana, giocare un ruolo rilevante specialmente il parziale indugiare, da parte dello scrittore, anche in atteggiamenti di lirico (e romantico) “idoleggiamento - più mitico che realistico - della realtà popolare siciliana” 14. Per questa via, dunque, Verga si rivela voce originale sul piano romanzesco. Illuminata, specie nelle sue tinte più lievi e malinconiche, da una più tradizionale forma di rimpianto per un mondo rurale minato dal progresso, la scrittura letteraria di Verga è in ogni caso da comprendere tra gli esiti culturali delle contemporanea propensione all’analisi scientifica della condizione di un mondo, ormai legalmente italiano, ma nella realtà confinato in una distanza storica e sociale che rappresenta uno dei problemi più cogenti dell’Italia postunitaria; con qualche riflesso, ancora, sulla realtà attuale.

 

Bibliografia essenziale:

- L. Franchetti, G. Sidney Sonnino, La Sicilia nel 1876, Firenze, Vallecchi, 1925, ora all’indirizzo http://www.liberliber.it/libri/f/franchetti/index.php.
- R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, La scrittura e l’interpretazione, vol. IV, Palermo, Palumbo, 1997.
- G. Verga, I Malavoglia, in Id., I grandi romanzi, Milano, Mondadori, 1972, p. 135.
- Id., Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 2004.

1 Non a caso, del 1879 - un anno dopo Rosso Malpelo - è la legge, a firma Luzzatto-Minghetti-Sonnino, sul lavoro minorile in Italia.

2 Il testo dell’inchiesta si può leggere in: Leopoldo Franchetti, Sidney Sonnino, La Sicilia nel 1876 (comprende: 1. Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, di L. Franchetti. 2. Contadini in Sicilia, di S. Sonnino), Firenze, Vallecchi, 1925. Per la più facile reperibilità, in questo testo si rimanda all’edizione curata da Liberliber nell’ambito del Progetto Manuzio, e disponibile all’indirizzo: http://www.liberliber.it/libri/f/franchetti/index.php. Il riferimento all’immobilità sociale è alla p. 181.

3 Ivi, pp. 331-332.

4 “Essi non si considerano come un unico corpo sociale sottoposto uniformemente a legge comune, uguale per tutti e inflessibile, ma come tanti gruppi di persone formati e mantenuti da legami personali” (ivi, p. 21). Importante il rimando ai “tanti gruppi di persone”, che nel suo romanzo Verga fa appunto agire non secondo una “legge comune” (dato che i valori di comunanza e solidarietà della comunità rurale sono stai ormai sorpassati dalla “legge della roba”) ma appunto secondo il “codice” del profitto economico (che accompagna la scelta sociale di Gesualdo) e le convenzioni silenziose del ceto sociale (che respinge il “mastro” come un elemento estraneo alla “buona società”).

5 “Padron ’Ntoni tornò a correre dal segretario e dall’avvocato Scipioni; ma questi gli rideva sul naso, e gli diceva che ‘chi è minchione se ne sta a casa’” (G. Verga, I Malavoglia, in Id., I grandi romanzi, Milano, Mondadori, 1972, p. 135).

6 Franchetti - Sonnino, cit., p. 113.

7 Ivi, p. 122.

8 G. Verga, I Malavoglia, cit., p. 131.

9 Ivi, p. 90.

10 Franchetti - Sonnino, cit., p. 7.

11 La stessa scelta, da parte di Verga, della lingua italiana per il proprio romanzo, piuttosto che del dialetto, si spiega come una scelta anche politica, di rivendicazione dell’Unità e delle sue implicazioni culturali. È d’altra parte noto che Verga abbia diffidato della scelta dialettale anche in ragione del timore di una scarsa circolazione della propria opera.

12 R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, La scrittura e l’interpretazione, vol. IV, Palermo, Palumbo, 1997, p. 366.

13 Verga non si pone cioè a favore di un radicale cambiamento del quadro sociale e delle sua strutture: si pensi all'“ideale dell’ostrica” di Fantasticheria, di matrice sostanzialmente conservatrice.

14 Ivi, p. 366.

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Relatori

Marco Fumagalli

Professore di scuola superiore

Dottorato di ricerca - Università degli Studi di Milano

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