"Orlando furioso" di Ariosto, Canto I: riassunto e commento

Introduzione

 

Il primo canto del poema cavalleresco di Ludovico Ariosto, l’Orlando furioso, introduce le linee fondamentali della vicenda e presentando, nel Proemio (ottave 1-4), i temi e i dedicatari dell’opera.

 

Il Proemio

 

Il proemio (ottave 1-4) del poema è un luogo fondamentale che Ariosto sfrutta per sottolineare tanto la continuità quanto l’originalità del suo lavoro rispetto alla tradizione cavalleresca, sia in relazione all’Orlando innamorato di Boiardo sia ai cicli bretone (o arturiano) e carolingio. Il poema si apre con la protasi, cioè appunto la parte d’apertura dei poemi classici in cui era esposta la materia del canto. Si veda a proposito la prima ottava:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori 1,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano 2
sopra re Carlo imperator romano 3 

Il primo verso espone, con disposizione a chiasmo, la tematica amorosa (collocata agli estremi del verso: “Le donne [...] gli amori”), che costituisce uno dei grandi motori dell’intreccio, e la tematica guerresca (individuata dai due termini centrali: “i cavallier, l’arme”). Entrambi i temi sono ripresi al v. 2 da analoghe espressioni (“le cortesie, l’audaci imprese”), dove il poeta sottolinea che è lui il responsabile della composizione (“io canto”). L’ottava successiva rappresenta poi una sintesi rapidissima della vicenda e della sua originalità (v. 2: “cosa non detta in prosa mai, né in rima”), cui si associa l’invocazione alla Musa (vv. 5-8), che per il poeta assume la fattezze della donna amata, Alessandra Benucci:

Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto 4
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto 5,
che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

Le ultime due ottave del proemio dedicano le fatiche letterarie dell’autore a Ippolito d’Este, di cui il poeta si dichiara “umil servo” e che è proclamato, non senza un filo di ironia, “ornamento e splendor del secol nostro” 6; chiude poi il motivo encomiastico, che indica in Ruggiero e Bradamente i fondatori della stirpe estense

Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensier cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco 7.

 

Il rapporto con l’Orlando innamorato e il personaggio di Angelica

 

Dopo il proemio, le ottave restanti del canto (5-81) danno avvio alla storia, sfruttando la bellezza di Angelica, che ha fatto innamorare di sé sia Orlando sia Rinaldo, che se la contendono. L’incipit della quinta ottava (vv. 1-2: “Orlando, che gran tempo inamorato | fu de la bella Angelica [...]”) si riaggancia a tutta la vicenda narrata nell’Orlando innamorato, e precede lo scoppio delle ostilità tra cristiani ed infedeli. 

Quando l’esercito cristiano ha la peggio in battaglia, Angelica ne approfitta per fuggire in un bosco dove incontra Rinaldo che ha perduto il cavallo. Viene soccorsa dal saraceno Ferraù che attacca il paladino cristiano in difesa della ragazza, che prosegue la sua fuga. Ma entrambi i guerrieri si gettano poi all’inseguimento della donna. Durante la fuga, la donna si ritrova in un bosco paradisiaco, che rappresenta il classico locus amoenus della tradizione letteraria (ottave 34-38):

Qual pargoletta o damma o capriuola 8,
che tra le fronde del natio boschetto
alla madre vetuta abbia la gola
stringer dal pardo 9, o aprirle 'l fianco o 'l petto,
di selva in selva 10 dal crudel s'invola,
e di paura triema e di sospetto:
ad ogni sterpo che passando tocca,
esser si crede all'empia fera in bocca. 

Quel dì e la notte e mezzo l'altro giorno
s'andò aggirando, e non sapeva dove.
Trovossi al fine in un boschetto adorno,
che lievemente la fresca aura muove.
Duo chiari rivi, mormorando intorno,
sempre l'erbe vi fan tenere e nuove;
e rendea ad ascoltar dolce concento,
rotto tra picciol sassi, il correr lento 11.

Quivi parendo a lei d'esser sicura
e lontana a Rinaldo mille miglia,
da la via stanca e da l'estiva arsura,
di riposare alquanto si consiglia:
tra' fiori smonta, e lascia alla pastura
andare il palafren 12 senza la briglia;
e quel va errando intorno alle chiare onde,
che di fresca erba avean piene le sponde. 

Ecco non lungi un bel cespuglio vede
di prun fioriti e di vermiglie rose,
che de le liquide onde al specchio siete,
chiuso dal sol fra l'alte quercie ombrose;
così vòto nel mezzo, che concede
fresca stanza fra l'ombre più nascose:
e la foglia coi rami in modo è mista,
che 'l sol non v'entra, non che minor vista. 

Dentro letto vi fan tenere erbette,
ch'invitano a posar chi s'appresenta.
La bella donna in mezzo a quel si mette;
ivi si corca et ivi s'addormenta.
Ma non per lungo spazio così stette,
che un calpestio le par che venir senta:
cheta si leva, e appresso alla riviera
vede ch'armato un cavallier giunt'era.


Giunge così il moro Sacripante, che viene ingannato dalla donna, la quale vuole sfruttarlo per raggiungere il Catai. Compare però Bradamante, vestita di un’armatura bianca, che inizia a duellare con il nemico, e ne uccide il cavallo. Prima che il canto si chiuda, si intravede in lontananza Rinaldo.

1 L’incipit rimanda alle prime parole dell’Eneide: “Arma virumque cano”.

2 Si allude all’uccisione di Troiano, padre di Agramante, da parte del paladino Orlando.

3 Ariosto si riferisce a Carlo Magno (742-814), che divenne imperatore del Sacro Romano Impero nella notte di Natale dell’800, su incoronazione di papa Leone III (750-816). in realtà, si tratta di un “errore” cronologico (che per altro commette già Matteo Maria Boiardo), in quanto i “Mori” (v. 3) combatterono contro Carlo Martello (685-741), che è il nonno di Carlo Magno. Ovviamente, il genere cavalleresco non prevede una rigorosa attendibilità storica.

4 venne in furore e matto: la novitaà del poema ariostesco sta insomma nell’impazzimento per amore di Orlando che, nell’edizione definitiva del poema del 1532, occupa il centro dell’opera. La pazzia dell’eroe rimanda intertestualmente alla tragedia Hercules furens di Seneca.

5 Alessandra Benucci, “musa” ispiratrice del poeta, l’ha insomma reso pazzo quasi come Angelica con Orlando.

6 ”Piacciavi, generosa Erculea prole, | ornamento e splendor del secol nostro, | Ippolito, aggradir questo che vuole | e darvi sol può l’umil servo vostro. | Quel ch’io vi debbo, posso di parole | pagare in parte e d’opera d’inchiostro; | né che poco io vi dia da imputar sono, | che quanto io posso dar, tutto vi dono”.

7 Gli ultimi due versi della stanza contengono una classica professione di umiltà da parte del poeta: chi lo ascolta deve porre un attimo da parte gli “alti pensier” per dare ospitalità ai versi del poeta.

8 Si tratta di una citazione dalle Odi di Orazio.

9 pardo: cioè, un “ghepardo”.

10 di selva in selva: il termine si carica ovviamente dei significati di “selva” connessi al primo canto dell’Inferno, dove la “selva” è il luogo della perdizione.

11 Lo scenario è quello classico del locus amoenus: una radura isolata e rigogliosa, il venticello leggero, il fiume che scorre serenamente.

12 il palafren: si tratta del cavallo da parata di cui Angelica si è impossessata durante la fuga.

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Relatori

Alessandro Cane

Studente universitario

Laurea in Lettere - Università Cattolica di Milano

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